martedì 10 giugno 2014

Vacanze in moto: come e perchè

Quando ho iniziato ad andare in moto ancora non pensavo di usarla per farci le vacanze. Guardavo da lontano con ammirazione quelli che viaggiavano coi borsoni gonfi e la tenda legata sulla sella, desiderando in fondo al cuore imitarli. Ma mi sembrava una cosa troppo al di fuori delle mie possibilità.



Paradossalmente la cosa che di solito è maggiormente d’ostacolo era proprio quella che mi preoccupava meno, vale a dire il bagaglio. Avevo infatti una certa esperienza di escursionismo e di voli low cost, e quindi per me era normale l’idea di star via da casa per una settimana contando solo su uno zaino o un borsone. Quello che ci sta dentro si porta, quello che non ci sta non serve. Perché portarsi dieci paia di scarpe se di piedi ne hai soltanto un paio?

Anche l’idea di doversi un po’ arrangiare e adattarsi a situazioni logistiche impreviste non mi preoccupava particolarmente, perché l’idea delle vacanze con tutto programmato, orari fissi e scaletta delle cose da fare giornalmente proprio non ha mai fatto per me.
Però mi sentivo troppo lontana dal mondo dei mototuristi, che ancora non conoscevo.
In fondo, pensavo, quella è tutta gente che sa il fatto suo, e io invece ero alle prime armi. Non conoscevo le strade, e quando andavo in un posto nuovo immancabilmente mi perdevo. Come sarei riuscita ad arrivare a destinazione e poi tornare indietro? E poi avevo una moto piccola, decisamente non adatta a viaggiare (almeno così mi dicevano). E se si rompeva in viaggio e non ero in grado di farla ripartire? Avrei dovuto prima aumentare le mie nozioni di meccanica quantomeno. E poi le distanze mi sembravano infinite… mi sembrava che in moto raddoppiassero o triplicassero. Già uscire dalla regione Veneto mi metteva un certo senso di inquietudine. Come era possibile farsi 1000 km in un giorno solo e l’indomani avere ancora voglia di essere al mondo?

Poi ho cominciato a uscire con un uomo che guarda caso era proprio un mototurista di quelli per cui viaggiare significava mettersi il casco al mattino e toglierselo per andare a dormire, con almeno un migliaio di km nel mezzo. 




Mi raccontava entusiasta dei posti che aveva visto: i tornanti dello Stelvio, le brughiere scozzesi, i nidi di cicogna nelle campagne rumene, i gatti senza coda dell’isola di Man... il sole cocente, il vento, la pioggia e anche la Baviera coperta di ghiaccio e di neve nel cuore dell’inverno. 





E mi faceva desiderare di seguirlo… magari iniziando a piccoli passi.

Cominciammo a fare uscite quasi ogni fine settimana. Queste non erano neanche particolarmente pesanti dal punto di vista delle percorrenze: si andava in Piemonte, in Liguria, in Emilia Romagna… così iniziai ad abituarmi gradualmente a stare in sella a lungo, a percorrere grandi strade trafficate, ad affrontare piccole difficoltà da principiante, tipo fare inversione a U quando ci si accorge di aver sbagliato strada, che era la più frequente.
Si trattava più che altro di motoraduni, che ti danno l’occasione di visitare posti mettendoti a disposizione un’organizzazione logistica su cui contare: un prato dove piantare la tenda, un bagno dove lavarsi, un capannone dove vengono serviti i pasti… e dove s’incontra un sacco di gente che ti racconta che è stata in moto in questa nazione e in quell’altra. E non erano tutti superuomini, c’erano anche tante donne, e c’era gente con mezzi non troppo dissimili dal mio. 



Ho detto che ero già bravina a organizzarmi coi bagagli, ma migliorai molto anche quell’aspetto. Vero che potevo contare sul mio compagno, che aveva una moto-pachiderma, su cui riusciva a caricare le cose più incredibili. Ma mi piaceva l’idea di essere il più possibile autonoma, e portare da me tutte le mie cose. Le cose imprescindibili erano: il beauty case (compattissimo, ma con dentro tutte le cose essenziali: spazzolino, dentifricio, sapone liquido, deodorante, latte detergente, crema da viso e pettine, ), un asciugamano, calze e mutande per ogni giorno più uno, altrettante magliette, un paio di jeans e di scarpe da ginnastica. E siccome dormivamo in tenda anche sacco a pelo e stuoina da campeggio. La tenda, il fornellino per il caffè e le altre cose comuni le portava lui.

Imparai con grande interesse come il distribuire il peso del carico in modo diverso varia notevolmente l’assetto della moto. Per esempio avevo un bel bauletto da 50 litri, per cui all’inizio la cosa più naturale mi pareva cacciare tutto là dentro, tranne portafoglio e documenti che si tenevano in tasca. Ma non era un buon sistema, perché con una moto leggera come la mia sovraccaricare il bauletto significava spostare troppo indietro il punto di equilibrio del peso. Meglio tenere il bauletto per le cose non troppo pesanti, o addirittura mezzo vuoto (che non è così assurdo come sembra, perché in questo modo ci puoi mettere dentro il casco quando scendi giù). C’era da sfruttare tutto lo spazio posteriore della sella, visto che non avevo il passeggero, legando le cose con delle cinghie o una rete elastica per tenerle ferme. 





 E poi scoprii quella cosa meravigliosa che è la borsa magnetica da serbatoio. La prima era molto semplice, ed economica, presa al Lidl. Me la regalò Filippo, che ne aveva una uguale per sé. Una ventina di litri, tante tasche e scomparti, e un cinghietto di sicurezza per agganciarla al cannotto di sterzo (precauzione superflua, perché i magneti erano davvero molto potenti, e già solo con quelli non si spostava di un centimetro). La cosa più bella era che ti permetteva di tenere sottomano tutte le cose importanti senza scendere dalla moto: soldi, documenti, cellulari, fotocamera, e anche una felpetta da indossare al volo se ti accorgevi di avere freddo. E quando scendevi dalla moto la tiravi giù e te la potevi portare dietro, a tracolla o a mo’ di zainetto visto che aveva delle cinghie apposite.






E ho capito che la mia moto, anche se piccola e modesta, non si rompeva tanto facilmente, e tenendola semplicemente con manutenzione ordinaria e pochi, semplici accorgimenti mi avrebbe sempre portato in qualsiasi posto e poi di nuovo a casa.








Viaggiare in moto è nell’immaginario collettivo sinonimo di libertà assoluta: si monta in sella e… si va dove ti va e ci si ferma dove capita... senza orari,  senza regole… ma nella pratica non è proprio così. Quando si viaggia è necessario preparare un piano di viaggio, studiare l’itinerario, le possibili strade da percorrere, e scegliere di volta in volta ciò che risulta più opportuno. Se il viaggio dura vari giorni è necessario studiare come dividere le tappe e dove fermarsi a trascorrere la notte. Ok, dopo si possono benissimo fare delle varianti, se le circostanze lo richiedono, o semplicemente perché si scopre che un determinato posto merita un po’ di attenzione in più di quanto si era preventivato.






Molti si servono di accessori offerti dalla tecnologia, in primis navigatori GPS. Li abbiamo usati un po’ in certi periodi, ma poi li abbiamo messi da parte. Ci toglievano parte del gusto della consapevolezza del viaggio, sembrava di essere pecore che seguono il pastore ma non hanno idea di dove le stia portando. Dopotutto la parte bella del viaggio in moto è non ti sposti  semplicemente da un luogo all’altro trasportato passivamente da un veicolo (aereo, treno, pullman), ma attraversi un territorio in modalità attiva, vivendo ogni singolo metro di strada. Un tempo era questo il significato della parola viaggiare… ora si è perso un po’.

In quel periodo ho scoperto la tenda e la bellezza del campeggio, che anche quando praticavo escursionismo non avevo mai avuto occasione di provare. Molti motociclisti preferiscono non considerare neppure questa alternativa, per motivi logistici, così non devono portarsi dietro le attrezzature da campeggio (che occupano sempre un bel po’ di spazio), e non devono perdere tempo quando arrivano a montare il campo e quando ripartono a sbaraccarlo, e io non dico nulla, perché ciascuno sceglie il modo di viaggiare che più gli aggrada. Il motivo per cui preferisco la tenda è principalmente ideologico più che economico. Mi piace l’idea per quanto possa essere spartana, quando sei là dentro sei a casa tua, mentre in albergo sei sempre un ospite di passaggio. E poi si accompagna bene all’idea di essere immerso nell’ambiente che ti circonda, che è l’aspetto più caratteristico del viaggiare in moto.





È difficile da spiegare a chi non l’ha provato, ma il viaggio in moto ha un gusto che gli altri mezzi di trasporto non ti danno (tranne la bicicletta naturalmente). A differenza dell’auto non c'è un involucro che ti separa dal contesto in cui passi. Quando fa caldo senti il caldo, quando fa freddo senti il freddo, quando piove ti bagni e quando tira vento ti senti addosso ogni raffica. E vedi le cose con una visione totale, i colori hanno un aspetto più vero. Puoi capire il tempo guardando il colore del cielo.  Poi senti gli odori. La strada diventa una cosa viva.





Dopo qualche mese di questo tirocinio ho intrapreso il mio primo vero viaggio in moto, il tour dei Balcani di cui ho vi ho già raccontato. È stata una cavalcata indimenticabile, anche difficile e faticosa, ma che mi ha riempito di emozioni e di soddisfazioni. Dopo quello ho fatto altri viaggi, in Italia e in Europa, con Filippo e qualche volta anche senza. Ho visto tanti Paesi: Francia, Austria, Pasi dell’ex Yugoslavia, Romania, Bulgaria, Turchia… Mi piace scegliere posti che offrano anche qualcosa di interessante da visitare, ma arrivarci in moto è diventato un elemento imprescindibile. Le vacanze tradizionali mi sembravano avere un che di vuoto. La strada, e tutto quel che ci sta in mezzo, era diventata per me più importante della meta, e che mi faceva tornare a casa un po’ più ricca di quando ero partita.

2 commenti:

  1. bel blog liliana,l ho messo sui bookmarks, leggo ogni articolo.Per il GPS io uso linea retta t fa fare strade credimi che nessun cartello o cartina ti fa fare,pure scalinate.Saluta fil... (kappasette)

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  2. eh sì, mi ricordo che una volta il GPS di Fil voleva farci guadare un fiume... non sono contraria al GPS in linea di principio, il problema è che diventa facilmente una droga, e se per caso si guasta e non hai modo di ripiegare sul cartaceo rischi di non avere idea di dove ti trovi e dove stai andando.

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