giovedì 17 luglio 2014

In viaggio: Agosto 2011- Francia on the road – parte I° - Loira

 Nell’agosto 2011 abbiamo cambiato i nostri piani di viaggio almeno quattro volte prima di decidere la nostra destinazione definitiva. C’erano in ballo Capo Nord, la “solita” Romania e le isole britanniche… ma poi abbiamo optato per la Francia del Nord, e in particolare per le regioni della Loira, Normandia e Bretagna. Se l’anno prima avevo conosciuto la Francia delle grandi montagne stavolta le montagne le avremmo viste solo passando il confine in entrata e in uscita. Ma tra castelli, cattedrali, grandi scogliere a strapiombo sul mare e immense distese di brughiera selvaggia, e paesaggi magnifici ovunque non abbiamo avuto rimpianti.
Ho deciso di dividere il racconto in tre parti, ciascuna per ogni regione, in modo da facilitarne la lettura. Il viaggio è durato due settimane e 4564 km. 

Steel Wheel e Little Wing



A parte il primo giorno di avvicinamento, e gli ultimo due di rientro le percorrenze giornaliere non sono state troppo massacranti, diciamo tra i due e i trecento km per giorno… anche perché in mezzo c’erano davvero tante cose da visitare.
Una bellissima scoperta per noi amanti delle vacanze in tenda è stata quella dei campeggi francesi. Praticamente in ogni città e in ogni paese ce n’è almeno uno, nelle località turistiche addirittura pullulano come funghi. E i prezzi sono stracciatissimi: dai 10 euro a notte complessivi dei camping municipali ai 20/22 al massimo (prezzo totale per due persone, due moto e una tenda), e lo standard qualitativo è molto buono.
Siccome ci piaceva l’idea di essere autonomi il più possibile, oltre a tenda (anzi, due tende, come spiegherò più avanti) e sacchi a pelo abbiamo portato con noi una piccola cucina da campo, con fornelli, qualche pentola e l’immancabile caffettiera, e un po’ di provviste: per lo più scatolame e risotti semi-pronti in busta, e un paio di sgabelli per stare seduti.


Cucina da campo



Il viaggio è iniziato il 7 agosto, alle sei e mezzo di mattina. Super-tappone di avvicinamento da Mantova a Bourges (922 km), con poche soste indispensabili, per la benzina e per mangiare qualcosa al volo. Passaggio del confine al Moncenisio, sotto la pioggia, poi il tempo migliorava, mentre attraversavamo la Provenza, la regione del Rodano, la Borgogna, e poi finalmente la valle della Loira e Bourges, dove siamo arrivati intorno alle sette di sera. Abbiamo trovato senza troppe difficoltà un bel campeggio municipale, comodo e ben attrezzato, e così pure nei giorni successivi.  Non abbiamo visitato a fondo la città di Bourges, benché lo meritasse, perché un po’ stretti coi tempi. Ma nei giorni seguenti ci siamo abbondantemente rifatti.
Tra i tanti castelli della Loira ne abbiamo scelti due o tre che ci sembravano i più interessanti. Il più affascinante di tutti è quello di Chenonceau (che in raltà non sorge sulla Loira ma sulla Cher. Una costruzione particolarissima: tutto di pietra bianchissima, sorge su un ponte a cavallo del fiume (è stato edificato sulle rovine di un antico mulino). Fu donato dal re Enrico II alla sua favorita Diana di Poitiers… che vi abitò fino al momento della morte del re, quando la regina Caterina de’ Medici volle riprenderne possesso, cacciando l’odiata rivale. Per visitare castello e giardini una buona mezza giornata ci vuole.




Parking Cafè



Navigazione fluviale



Il castello di Chambord, magnifica residenza di caccia del re Sole, invece l’abbiamo visitato solo esternamente, e così quello di Chaumont.

Chambord

Chaumont


Altre mete significative di questi giorni sono state Blois, Orleans e Chartres.

Blois. 
Questa città fu il luogo da cui nella Guerra dei Cent’anni partì la riscossa dell’armata francese. Qui Jeanne d’Arc si mise alla testa dei soldati e si fece preparare un’armatura benedetta e, portando il vessillo col fiordaliso, simbolo di Francia, guidò l’esercito alla liberazione di Orlèans. 






Sempre a Blois, nel ‘500, risiedette la corte dei sovrani di Valois, nel castello che fu teatro di oscuri intrighi e sanguinosi assassinii. 

Orlèans… la città della Pulzella… la cui statua equestre domina Place du Martori.




Degna di nota anche la cattedrale di Sainte-Croix, in stile gotico del XVII-XIX secolo, ma le cui origini risalgono addirittura al secolo IV, passando per saccheggi, massacri, e continui ritorni alla luce. 
Cattedrale di Orleans

Splendide vetrate decorate raccontano l’epopea di Jeanne, dai trionfi in battaglia alla morte sul rogo.




Un mulino a vento


Chartres

Qui si trova quella che forse è la più caratteristica, affascinante e oscura delle cattedrali gotiche. 





S’innalza sulle rovine di un antichissimo tempio druidico. Le sue guglie asimmetriche sono così maestose che le scorgiamo già da oltre dieci km di distanza… che spettacolo emozionante doveva essere agli occhi dei pellegrini! 
Da qualunque lato la si guardi, la sua superficie è un trionfo di pinnacoli, ghirigori e fantastiche chimere che si intrecciano a perdita d’occhio. 



Chartres è una splendida cittadina, con un centro elegante, nel quale è un piacere passeggiare. 





La lasciamo un po’ a malincuore e abbandoniamo la regione della Loira per entrare in Normandia, dove ci aspettano sorprese ancora più magnifiche. È la sera del 9 agosto.


le mappe del viaggio:

Domenica 7 agosto 2011 – Castiglione Mantovano-Bourges – km 922

Lunedì 8 agosto 2011 – Bourges – Chenonceau – Chaumont - Blois – Muides sur Loire - km 207

Martedì 9 agosto 2011 – Orlèans – Chartres – Rouen – Roumare - km 303,6


martedì 1 luglio 2014

Il mio week end al raduno dello Stelvio

E dopo esserci lasciati che preparavo i bagagli eccoci qua che ancora li disfo! È stato un week end molto bello e molto intenso, motociclisticamente parlando, e pieno di soddisfazioni, visto che con lo Stelvio avevo un conto aperto, che finalmente sono riuscita a sistemare.
Di questo raduno si può dire tutto il bene e tutto il male del mondo. Fa parte della categoria dei raduni casinisti e fracassoni, dove si beve, si canta e si balla tutta notte e non si dorme mai… anche se in verità almeno nelle ultime edizioni a una certa ora della notte si impone il silenzio. Secondo me almeno una volta nella vita bisogna andarci se si vuole sapere com'è un motoraduno.

Questo tizio c'è tutti gli anni, con la sua "macchina del casino" auto-costruita: 




Anticamente il raduno si svolgeva sul passo, a 2800 metri, ma da molti anni la location si è spostata a valle, a Sondalo, in un’area presso degli impianti sportivi (salvo una parentesi molto discussa a Bormio 2000). 



L’area è tagliata in due dal fiume Adda: da un lato il raduno vero e proprio, con gli stand delle iscrizioni, quelli commerciali, il tendone-ristorante, dove si servono cibo e bevande
Birra media e pizzoccheri
Le caraffe colorate da collezione


Poi c'è quello degli spettacoli live (ci sono sempre varie band musicali che si esibiscono in serata).

 Dall’altro lato, separata da un ponticello di legno, l’area campeggio, immensa ma sempre ben gremita, dove ciascuno può dare sfogo alla vena goliardica più sfrontata



 ma anche organizzare cene con succulente grigliate e birra in abbondanza da dividere in compagnia.


Ci sono anche i momenti di relax

Quest’anno, come d’abitudine, siamo partiti da Mantova nel pomeriggio del venerdì. Abbiamo fatto una strada abbastanza diretta, da Brescia, a Edolo, e poi dal passo dell’Aprica, fino a Tirano e infine a Sondalo. Le previsioni non erano delle migliori, e infatti abbiamo fatto gran parte del viaggio sotto la pioggia. Ma a Sondalo il tempo era asciutto, e così abbiamo potuto mettere la tenda e il resto dell’accampamento, compreso il posto da tenere per Jo e Marika, due amici di Mantova che però sarebbero arrivati sabato.


Il nostro accampamento



Per adesso però eravamo soli soletti, e allora ci siamo spostati al tendone delle birre, e poi in quello della musica. Con mia grande sorpresa ho sentito delle note a me familiari… c’era una band con un super-chitarrista di nome Andrea Braido che suonava pezzi di Deep Purple, Led Zeppelin, Jimi Hendrix…. insomma tutti i miei gruppi preferiti… e naturalmente siamo rimasti ad ascoltare fino a notte fonda.

Braidus Band

Nonostante le urla, le sgasate e gli schiamazzi abbiamo dormito benissimo. Al mattino la giornata si presentava abbastanza bella per salire su al passo.
Avevo detto che io con lo Stelvio ho sempre un conto aperto… per chi non lo sapesse la strada che porta in cima al passo è piuttosto stretta e con pendenze da paura. Dal lato di Trafoi sono 48 tornanti, secchi secchi, angolatissimi e stretti.... Dal lato di Bormio invece sono solo 36, ugualmente stretti e ripidi ma meno angolati, e più o meno a metà c’è anche un lungo tratto di falsopiano dove si può tirare un po’ il fiato. In mezzo c’è il passo, con gli hotel, i bar, e i baracchini dei panini… e la gente che ti attraversa la strada con gli sci in spalla perché ci sono pure gli impianti di risalita.

La strada dello Stelvio vista dal passo
E dopo la salita ci vuole un panino con la salsiccia


La prima volta che affrontai lo Stelvio, nel 2010, non ricordo particolari patemi, e anzi il giorno dopo ci tornai e scesi dal lato di Trafoi in scioltezza.

L’anno seguente invece non ero decisamente dell’umore giusto. Mentre salivo da Tirano a Bormio accadde inspiegabilmente che la mia moto si spense e poi per un po’ non voleva saperne di ripartire, cosa che non era successa mai… come se lassù proprio non ci volesse andare. Arrivai in cima col mal di pancia e la testa che mi girava, dopo una salita che pareva un cammino penitenziale.

Nel 2012, con la nuova moto, la Suzuki SV, la salita andò un po’ meglio, ma scendendo dal lato difficile finii per terra: si ruppe una leva e tutto l’entusiasmo che avevo dentro.
Nel 2013 al passo nevicava di brutto, e non c’erano le condizioni di spirito giuste per la rivincita, e mi accontentai di un passaggio sulla Bandita.

Quest’anno mi ero presentata con la mia vecchia moto, il CB 500, perché con quella sento di avere maggiore feeling. Le previsioni incerte avevano scoraggiato molti, e quello per me era un grosso vantaggio psicologico, perché mancava il solito frenetico via vai, e si andava più tranquilli. Passati i due tornantoni subito fuori Bormio ho capito che andava tutto per il meglio, perché le traiettorie le prendevo tutte giuste, e anche su quelli più stretti non avevo allargato di un centimetro dalla mezzeria. E una volta in cima ragionavo tra me e me: che abbiano abbassato un po’ i tornanti?




Insomma, dopo tanti anni sentivo di aver fatto pace col gigante tortuoso.
E per finire in bellezza una volta a Bormio abbiamo fatto rotta per Livigno per fare il pieno oltre dogana, ma soprattutto per fare il passo del Foscagno, che invece è tutto a curvone belle larghe ed è goduriosissimo.

Tornati a Sondalo abbiamo girovagato un po’ per gli stand del raduno. Le principali Case produttrici avevano organizzato dei demo-ride con vari modelli da testare, e Filippo era molto incuriosito dalla nuova V-Strom 1000. 

Suzuki V-Strom 1000


Così abbiamo deciso di partecipare, e io avrei guidato invece la Gladius. 

Suzuki Gladius 650


Il demo-ride è un giro di prova che si svolge con un piccolo gruppo di 5-6 moto, con davanti un addetto della Suzuki che conduce attraverso un percorso stradale di una ventina di km circa. È stato divertente, a Filippo il V-Strom è piaciuto moltissimo, e anche io devo dire ho apprezzato la Gladius, della quale avevo sentito tutto il male possibile. Invece è una moto molto valida, il motore è quello fantastico della mia SV, ma un po’ ingentilito, meno brusco e bizzoso, il che soprattutto per chi inizia (visto che viene venduta come entry level) non è male. Peccato per l’assoluta mancanza di protezione dall’aria, una semicarena o anche la possibilità di mettere un cupolino un po’ consistente non sarebbe stata male.
Alla fine per tutti i partecipanti del demo-ride Suzuki regalava delle simpatiche magliette.



La sera arrivavano anche Marika e Jo a farci compagnia.

Anche il nostro orsetto ha trovato un amico



La mattina della domenica si presentava decisamente bagnata, perciò il nostro impegno è stato dedicato tutto a disfare la tenda e a caricare le moto inzuppando meno roba possibile. Per il rientro il tempo infame sconsigliava di rifare lo Stelvio e rientrare dal Trentino Alto Adige, perciò abbiamo rifatto l’Aprica… con una sgradita sorpresa però: una lunga scia di gasolio per un tratto di venti km… perciò tutti a passo d’uomo, come dietro alla safety car. E da Darfo in poi tempo asciutto fino a casa.

martedì 24 giugno 2014

La mia valigia per lo Stelvio

E' quasi ora del motoraduno più importante dell’anno: passo dello Stelvio, in altura, il che non è male coi 30 gradi umidicci che ci sono in questi giorni.  La location del raduno non è al passo, ma a Sondalo, un bel po’ più in giù, ma comunque nella bella frescura dei monti. Poi le escursioni al passo saranno assicurate. Se devo essere sincera io la strada dello Stelvio non la amo alla follia: tutti quei tornanti ripidi e stretti mi fanno girare la testa come le montagne russe di Gardaland. 

Ma chi me l'ha fatto fare di venire quassù?


 Ma è la mia sfida, e anche quest’anno sono pronta a raccoglierla.

Ancora non ho deciso che moto prendere, se la Honda (Little Wing) o la Suzuki (Indian Summer)… 

con la Suzuki è più godurioso, ma la Honda ha di bello che mi fa sentire più brava, tanto è docile da guidare. Deciderò forse il giorno prima. Intanto però sto già preparando i bagagli.

Eccola qui, altro che Vuitton, per me una "borsa di Louis" può essere solo questa:


la mia sacca stagna da 50 litri. e ora impegnamoci per riempirla.


Cominciamo da sacco a pelo (meglio quello pesante, non si sa), materassino, cuscino.





Il vestiario: calze e mutande per due giorni e due notti.




Magliette tecniche traspiranti.




Un paio di pantaloni lunghi e un paio corti


Scarpe da ginnastica.


  .

Una felpetta per la sera (di solito fa freschetto)


Asciugamano, ciabatte




E beauty case (compatto, essenziale, ma completo di tutto il necessario)



La tenda la porterà Fil sulla sua moto


(non si va al raduno dello Stelvio senza tenda!)

E così  tutta l'attrezzatura da cucina: fornelli, pentole, tavolino (allo Stelvio la cucina da campo è la cosa più divertente)

Le sedie invece ce le dividiamo: una a testa, sui portapacchi dei bauletti:





 Magari si potrebbe trovare posto per un passeggero


Insomma... non dico che tutto è pronto... però siamo a buon punto...

martedì 10 giugno 2014

Vacanze in moto: come e perchè

Quando ho iniziato ad andare in moto ancora non pensavo di usarla per farci le vacanze. Guardavo da lontano con ammirazione quelli che viaggiavano coi borsoni gonfi e la tenda legata sulla sella, desiderando in fondo al cuore imitarli. Ma mi sembrava una cosa troppo al di fuori delle mie possibilità.



Paradossalmente la cosa che di solito è maggiormente d’ostacolo era proprio quella che mi preoccupava meno, vale a dire il bagaglio. Avevo infatti una certa esperienza di escursionismo e di voli low cost, e quindi per me era normale l’idea di star via da casa per una settimana contando solo su uno zaino o un borsone. Quello che ci sta dentro si porta, quello che non ci sta non serve. Perché portarsi dieci paia di scarpe se di piedi ne hai soltanto un paio?

Anche l’idea di doversi un po’ arrangiare e adattarsi a situazioni logistiche impreviste non mi preoccupava particolarmente, perché l’idea delle vacanze con tutto programmato, orari fissi e scaletta delle cose da fare giornalmente proprio non ha mai fatto per me.
Però mi sentivo troppo lontana dal mondo dei mototuristi, che ancora non conoscevo.
In fondo, pensavo, quella è tutta gente che sa il fatto suo, e io invece ero alle prime armi. Non conoscevo le strade, e quando andavo in un posto nuovo immancabilmente mi perdevo. Come sarei riuscita ad arrivare a destinazione e poi tornare indietro? E poi avevo una moto piccola, decisamente non adatta a viaggiare (almeno così mi dicevano). E se si rompeva in viaggio e non ero in grado di farla ripartire? Avrei dovuto prima aumentare le mie nozioni di meccanica quantomeno. E poi le distanze mi sembravano infinite… mi sembrava che in moto raddoppiassero o triplicassero. Già uscire dalla regione Veneto mi metteva un certo senso di inquietudine. Come era possibile farsi 1000 km in un giorno solo e l’indomani avere ancora voglia di essere al mondo?

Poi ho cominciato a uscire con un uomo che guarda caso era proprio un mototurista di quelli per cui viaggiare significava mettersi il casco al mattino e toglierselo per andare a dormire, con almeno un migliaio di km nel mezzo. 




Mi raccontava entusiasta dei posti che aveva visto: i tornanti dello Stelvio, le brughiere scozzesi, i nidi di cicogna nelle campagne rumene, i gatti senza coda dell’isola di Man... il sole cocente, il vento, la pioggia e anche la Baviera coperta di ghiaccio e di neve nel cuore dell’inverno. 





E mi faceva desiderare di seguirlo… magari iniziando a piccoli passi.

Cominciammo a fare uscite quasi ogni fine settimana. Queste non erano neanche particolarmente pesanti dal punto di vista delle percorrenze: si andava in Piemonte, in Liguria, in Emilia Romagna… così iniziai ad abituarmi gradualmente a stare in sella a lungo, a percorrere grandi strade trafficate, ad affrontare piccole difficoltà da principiante, tipo fare inversione a U quando ci si accorge di aver sbagliato strada, che era la più frequente.
Si trattava più che altro di motoraduni, che ti danno l’occasione di visitare posti mettendoti a disposizione un’organizzazione logistica su cui contare: un prato dove piantare la tenda, un bagno dove lavarsi, un capannone dove vengono serviti i pasti… e dove s’incontra un sacco di gente che ti racconta che è stata in moto in questa nazione e in quell’altra. E non erano tutti superuomini, c’erano anche tante donne, e c’era gente con mezzi non troppo dissimili dal mio. 



Ho detto che ero già bravina a organizzarmi coi bagagli, ma migliorai molto anche quell’aspetto. Vero che potevo contare sul mio compagno, che aveva una moto-pachiderma, su cui riusciva a caricare le cose più incredibili. Ma mi piaceva l’idea di essere il più possibile autonoma, e portare da me tutte le mie cose. Le cose imprescindibili erano: il beauty case (compattissimo, ma con dentro tutte le cose essenziali: spazzolino, dentifricio, sapone liquido, deodorante, latte detergente, crema da viso e pettine, ), un asciugamano, calze e mutande per ogni giorno più uno, altrettante magliette, un paio di jeans e di scarpe da ginnastica. E siccome dormivamo in tenda anche sacco a pelo e stuoina da campeggio. La tenda, il fornellino per il caffè e le altre cose comuni le portava lui.

Imparai con grande interesse come il distribuire il peso del carico in modo diverso varia notevolmente l’assetto della moto. Per esempio avevo un bel bauletto da 50 litri, per cui all’inizio la cosa più naturale mi pareva cacciare tutto là dentro, tranne portafoglio e documenti che si tenevano in tasca. Ma non era un buon sistema, perché con una moto leggera come la mia sovraccaricare il bauletto significava spostare troppo indietro il punto di equilibrio del peso. Meglio tenere il bauletto per le cose non troppo pesanti, o addirittura mezzo vuoto (che non è così assurdo come sembra, perché in questo modo ci puoi mettere dentro il casco quando scendi giù). C’era da sfruttare tutto lo spazio posteriore della sella, visto che non avevo il passeggero, legando le cose con delle cinghie o una rete elastica per tenerle ferme. 





 E poi scoprii quella cosa meravigliosa che è la borsa magnetica da serbatoio. La prima era molto semplice, ed economica, presa al Lidl. Me la regalò Filippo, che ne aveva una uguale per sé. Una ventina di litri, tante tasche e scomparti, e un cinghietto di sicurezza per agganciarla al cannotto di sterzo (precauzione superflua, perché i magneti erano davvero molto potenti, e già solo con quelli non si spostava di un centimetro). La cosa più bella era che ti permetteva di tenere sottomano tutte le cose importanti senza scendere dalla moto: soldi, documenti, cellulari, fotocamera, e anche una felpetta da indossare al volo se ti accorgevi di avere freddo. E quando scendevi dalla moto la tiravi giù e te la potevi portare dietro, a tracolla o a mo’ di zainetto visto che aveva delle cinghie apposite.






E ho capito che la mia moto, anche se piccola e modesta, non si rompeva tanto facilmente, e tenendola semplicemente con manutenzione ordinaria e pochi, semplici accorgimenti mi avrebbe sempre portato in qualsiasi posto e poi di nuovo a casa.








Viaggiare in moto è nell’immaginario collettivo sinonimo di libertà assoluta: si monta in sella e… si va dove ti va e ci si ferma dove capita... senza orari,  senza regole… ma nella pratica non è proprio così. Quando si viaggia è necessario preparare un piano di viaggio, studiare l’itinerario, le possibili strade da percorrere, e scegliere di volta in volta ciò che risulta più opportuno. Se il viaggio dura vari giorni è necessario studiare come dividere le tappe e dove fermarsi a trascorrere la notte. Ok, dopo si possono benissimo fare delle varianti, se le circostanze lo richiedono, o semplicemente perché si scopre che un determinato posto merita un po’ di attenzione in più di quanto si era preventivato.






Molti si servono di accessori offerti dalla tecnologia, in primis navigatori GPS. Li abbiamo usati un po’ in certi periodi, ma poi li abbiamo messi da parte. Ci toglievano parte del gusto della consapevolezza del viaggio, sembrava di essere pecore che seguono il pastore ma non hanno idea di dove le stia portando. Dopotutto la parte bella del viaggio in moto è non ti sposti  semplicemente da un luogo all’altro trasportato passivamente da un veicolo (aereo, treno, pullman), ma attraversi un territorio in modalità attiva, vivendo ogni singolo metro di strada. Un tempo era questo il significato della parola viaggiare… ora si è perso un po’.

In quel periodo ho scoperto la tenda e la bellezza del campeggio, che anche quando praticavo escursionismo non avevo mai avuto occasione di provare. Molti motociclisti preferiscono non considerare neppure questa alternativa, per motivi logistici, così non devono portarsi dietro le attrezzature da campeggio (che occupano sempre un bel po’ di spazio), e non devono perdere tempo quando arrivano a montare il campo e quando ripartono a sbaraccarlo, e io non dico nulla, perché ciascuno sceglie il modo di viaggiare che più gli aggrada. Il motivo per cui preferisco la tenda è principalmente ideologico più che economico. Mi piace l’idea per quanto possa essere spartana, quando sei là dentro sei a casa tua, mentre in albergo sei sempre un ospite di passaggio. E poi si accompagna bene all’idea di essere immerso nell’ambiente che ti circonda, che è l’aspetto più caratteristico del viaggiare in moto.





È difficile da spiegare a chi non l’ha provato, ma il viaggio in moto ha un gusto che gli altri mezzi di trasporto non ti danno (tranne la bicicletta naturalmente). A differenza dell’auto non c'è un involucro che ti separa dal contesto in cui passi. Quando fa caldo senti il caldo, quando fa freddo senti il freddo, quando piove ti bagni e quando tira vento ti senti addosso ogni raffica. E vedi le cose con una visione totale, i colori hanno un aspetto più vero. Puoi capire il tempo guardando il colore del cielo.  Poi senti gli odori. La strada diventa una cosa viva.





Dopo qualche mese di questo tirocinio ho intrapreso il mio primo vero viaggio in moto, il tour dei Balcani di cui ho vi ho già raccontato. È stata una cavalcata indimenticabile, anche difficile e faticosa, ma che mi ha riempito di emozioni e di soddisfazioni. Dopo quello ho fatto altri viaggi, in Italia e in Europa, con Filippo e qualche volta anche senza. Ho visto tanti Paesi: Francia, Austria, Pasi dell’ex Yugoslavia, Romania, Bulgaria, Turchia… Mi piace scegliere posti che offrano anche qualcosa di interessante da visitare, ma arrivarci in moto è diventato un elemento imprescindibile. Le vacanze tradizionali mi sembravano avere un che di vuoto. La strada, e tutto quel che ci sta in mezzo, era diventata per me più importante della meta, e che mi faceva tornare a casa un po’ più ricca di quando ero partita.

domenica 8 giugno 2014

Storie di motocicliste: Valentina, Harley Davidson girl

Con questo post vorrei inaugurare una serie di storie che hanno per protagoniste donne appassionate di moto. Lo scopo è di raccontare tanti modi diversi in cui le donne vivono questa passione, come nasce e come ciascuna vive il suo percorso motociclistico, sulla strada e nella vita.

Valentina, meglio conosciuta coma la Vale, è una ragazza moretta, piccolina, simpaticissima, con un grande amore per i gatti e molto brava a fare i dolci. Nella sua vita le due ruote ci sono da sempre, perché il suo scooter l’ha accompagnata praticamente ovunque dai tempi dell’adolescenza. A un certo punto della sua vita, quando ha quasi trent’anni, accade che si reca a un motoraduno in compagnia di un cugino e di alcuni amici. Poteva essere semplicemente un fine settimana un po’ diverso dagli altri, ma ecco che succede qualcosa, e quel mondo coloratissimo e fracassone inizia ad esercitare su di lei un’attrazione irresistibile. Ecco che in lei si accende una scintilla, e Valentina inizia a pensare: è una cosa troppo speciale, anche io devo farne parte... dopotutto che ci vuole: una moto e una patente!
La patente è cosa presto fatta: si reca in una scuola guida e dopo qualche prova supera l’esame senza problemi. Anzi, convince a prenderla anche il suo fidanzato, che non si sa mai. La moto invece è un affare più impegnativo. I raduni che le piacciono tanto sono quelli delle Harley Davidson, e lì è nato un grande amore per questo marchio.

Ma perché proprio Harley Davidson vi domanderete? Valentina risponde così: “Cosa rende il mondo HD così speciale? Di certo il fatto di appartenere tutti ad una grande famiglia (anche se credo sia il senso che tutti i motociclisti hanno). Ma è proprio quello che mi ha colpito al primo moto raduno a Montecatini: il fatto che non era importante avere i soldi o essere un poveretto, avvocato o impiegato, l'importante era avere tutti la stessa passione!

 Anche il cugino è un patito della Casa di Milwaukee, e non può che incoraggiare questa scelta. La Vale ha già deciso quale: la piccola 883, che è abbastanza smilza e compatta, magari con la sella ribassata. C’è solo un problema: le Harley, anche usate, costicchiano, e  quindi inizia subito a mettere da parte i soldini dentro il porcellino. Qualche piccolo sacrificio si deve affrontare, ma si fa volentieri, per una cosa così importante. Quando finalmente ritiene di averne abbastanza si mette subito alla caccia. E la caccia è fortunata, perché trova immediatamente l’occasione che cerca. Una 883 usata, ma tenuta molto bene, piena di accessori, con pochi km, color bianco perla. Non riesce a crederci, il giorno dopo arriva in ufficio esultando: ho una moto! Ho una moto!



Ma eccola descrivere la sua moto con parole sue: “Cosa mi piace della mia moto? risponderei TUTTO come fanno tutti i motociclisti: mi piace il colore (poche moto bianche in giro), mi piace il fatto che è piccola, giusta giusta per me, ma soprattutto il "SUONO"! L'ho voluta e cercata a carburatori, proprio per godermi il sound tipico delle hd old stile! Ad altri sembra "casino" a me fa impazzire!

Bè, a guardarla sembra piccola, ma è tutta in metallo massiccio, e pesa un accidente. Per una ragazza alta un metro e sessanta, non particolarmente robusta e muscolosa è già un impresa sollevarla dal cavalletto. Fortuna che però ha il baricentro molto basso, e la sella ribassata aiuta parecchio nelle manovre. E da guidare non è così male, anzi, è proprio uno spasso.

Vale on the road

E così, dopo un breve rodaggio la ragazza è pronta per il suo primo raduno da motociclista, ai Chapters di Montecatini, dove l’anno prima si era presentata in auto (ma col casco in mano, per approfittare di un eventuale passaggio da zavorrina). Bè, se quella volta le sembrava di essersi divertita, quest’anno è tutta un’altra musica, perché il raduno lo vive da protagonista, e non da comparsa. E poco importa se il tempo è brutto e deve farsi il viaggio dal Veneto alla Toscana tutto sotto l’acqua. Anzi, una volta arrivata a destinazione la cosa le dà ancora più soddisfazione, e la rende orgogliosa di essere la proprietaria di quella piccola grande motoretta bianca.

Qualche tempo dopo avviene un altro fatto importante. Bisogna dire che all’inizio Valentina aveva pensato di poter condividere la moto col suo compagno, guidandola un po’ per ciascuno. È un pensiero che spesso fanno le coppie appassionate di moto, ma in genere non si va tanto lontano, perché chi si appassiona davvero alla moto la vuole tutta per sé, una moto a metà non può bastargli. E così un giorno Valentina dice al suo ragazzo: caro mio, io ti amo tanto, ma se vuoi che andiamo in moto insieme bisogna che te ne compri una pure tu, perché la mia non te la lascio più: mi piace troppo guidarla!
E così si assiste al miracolo della moltiplicazione delle motociclette in garage: oltre alla 883 bianca e alla piccola Vespa arriva una new entry, stavolta di color rosso e nero, naturalmente Harley Davidson anche questa. 

Una Harley tira l'altra...


Da allora le due moto sono diventate rigorosamente monoposto, e ovunque si vada ci si va ciascuno con la sua. Perché sarà anche bello dividere una sella, ma dividere una strada lo è infinitamente di più.

Due moto, una tenda, una grande passione


Valentina spiega ancora: “per quale motivo sono diventata motociclista? All'inizio era per "fare" qualcosa di nuovo, perchè il fatto di non avere un due ruote un po' mi scocciava... più avanti ho scoperto che la cosa che preferisco di più è quella di vedere posti nuovi, conoscere gente, e soprattutto condividere tutto con le persone che più amo (il mio compagno Mathia ovviamente, mio fratello Nicola e il mio super cugino Riccardo).Poi si sono aggiunti un sacco di altri amici: gente fantastica che non vedo l'ora di incontrare in sella alle proprie HD!

Vale and friends